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LA VITA BUGIARDA DEGLI ADULTI

È bello tornare a Napoli, nella Napoli di Elena Ferrante, cinque anni dopo la conclusione del ciclo di quattro libri, quello dell'Amica geniale, che ha, inaspettatamente, riportato l'Italia al centro del discorso letterario mondiale. In questo lustro, meno di duemila giorni, sono successe moltissime cose: la Ferrante Fever ha contagiato 48 Paesi, le copie vendute sono state 12 milioni, si è speculato fino alla noia sulla vera identità dietro allo pseudonimo della scrittrice e il regista Saverio Costanzo ne ha tratto una serie tv, coprodotta da Hbo, di cui finora è andata in onda la prima stagione.

Pertanto, l'attesa del nuovo romanzo dell'autrice napoletana (almeno su questo dato biografico non dovrebbero esserci dubbi) è alle stelle: si intitola La vita bugiarda degli adulti (e/o, pagg. 336, € 19), arriverà in libreria il 7 novembre, noi l'abbiamo letto prima per voi e ora ve lo raccontiamo, senza spoiler, in 5 punti.

1. RITORNI

Leggere un romanzo di Elena Ferrante è sempre un tornare a casa, a quei momenti felici dell'infanzia, magari esistiti solo nella nostra immaginazione, in cui chiedevamo a babbo e mamma di addormentarci leggendo sempre la stessa storia. Quella volevamo, anche se la conoscevamo a memoria. Fin dalle prime righe, La vita bugiarda degli adulti riesce a fagocitarci in quello stesso, identico modo. E la storia, ambientata in degli anni Novanta di cui, però, non si vedrà traccia per tutto il racconto, è quella di una ragazzina che a dodici anni sente il padre dire alla mamma che lei è brutta, è già nel nostro dna. Siamo noi, è Lila, è Lenù. Anche se qui lei si chiama Giovanna, sta dall'altra parte di Napoli, quella all'opposto rispetto al misero rione dell'Amica geniale, il benestante Vomero, e la sua famiglia, di cui lei è l'unica, desideratissima figlia, è una famiglia piccolo borghese: professore di liceo lui, professoressa di liceo lei. Tutto bene, quindi, e invece no, perché anche al Rione Alto si piange, e quella frase ascoltata per caso da Giovanna innescherà il motore di tutta la storia.

2. DISCESE

Il movimento che pervado l'intero romanzo è quello della discesa. Fisica, perché dai quartieri bene presto l'azione si sposta alla Zona industriale, detta il Pascone (Poggioreale?), dove il padre di Giovanna, Andrea, era nato e cresciuto e dal quale si era in malo modo allontanato. Una zona che non può non ricordare il Rione, ed è infatti al terzo piano di un palazzo così simile a quello dove le amiche geniali vivevano che la nuova ragazzina conoscerà zia Vittoria, la sorella tanto odiata dal padre e al quale Giovanna capisce subito di assomigliare. Vittoria, «con il suo lessico di eccitante sgradevolezza», che ha la faccia da diavola e fa la serva perché non ha voluto (o potuto) studiare, sarà un magnete troppo forte per lei: infatti sarà qui al rione che Giovanna diventerà Giannina, un'altra persona, che è poi quello che si diventa quando si lascia l'infanzia. La vita bugiarda degli adulti è infatti un coming of age da manuale, e noi seguiremo la vita di Giovanna-Giannina dai 12 ai 16 anni, quell'età lì, dove tutto diventa friabile, anni ingrati per la maggior parte di noi. La discesa è però anche spirituale.

3. BUGIE

Spirituale perché, man mano che Ferrante procede nel racconto, tutti i personaggi finiranno per attraversare il loro piccolo inferno personale, mostrando la parte peggiore di sé: i più piccoli, perché nel loro divincolarsi nei nuovi panni di adolescenti avranno necessità di sperimentare anche quelle sensazioni più sgradevoli e insopportabili anche a loro stessi; gli adulti, e da qui il titolo del romanzo, che scopriranno quanto strette si fossero fatte, intorno a loro, le ragnatele di bugie che continuano a raccontare e raccontarsi. Correlativo oggettivo di ogni bugia del libro è un braccialetto che, nelle pagine, finirà ora al polso di una, ora al polso di un'altra, come un'eredità di cui si acquisisce il diritto – la propria dose di bugie e menzogne – una volta entrati nell'età adulta.

4. SANGUE

Quando Vittoria dice a Giovanna-Giannina «andiamo a conoscere il sangue tuo» si ricasca in pieno dentro l'Amica geniale, il ciclo capolavoro che contiene tutti gli archetipi della Ferrante-mitologia e di cui questo nuovo romanzo non può essere che una costola. Anche lì, nessuno dei personaggi riesce a liberarsi, pur desiderandolo quasi sempre (tranne Lila, alla quale, in quanto archetipo puro, è proibito qualsiasi tipo di mutamento), del passato al quale, per nascita, si appartiene. Questa conoscenza del sangue, che passa forzatamente per quelle dinamiche famigliare odiose e odiate che così bene conosciamo, ha a che fare con il sentirsi «brutta e di cattivo, carattere» e anche «una pietra sotto la quale è nascosta una vita elementare, altro che straordinaria». Un sentire che viene tramandato da lontano, e da cui nemmeno l'amore può purificare, anche perché l'amore, e anche questo è Ferrante pura, «è opaco come i vetri delle finestre dei cessi». Quando Giovanna si innamorerà, infatti, sarà di un ragazzo (apparentemente) portatore di una «cultura estranea», alla quale segretamente e forse inconsciamente aspira. Da qui l'opacità, da qui l'eterna infelicità.

5. GUARDARE

È questa l'azione grazie alla quale avviene la crescita dell'essere umano, è così che i bambini imparano tutto quello che sapranno. Quando Giovanna viene violentemente spinta dalla zia non-geniale, che così le getta l'esca fatale che la farà uscire dall'infanzia, a «guardare, guardare, guardare» gli adulti che le stanno intorno per capire il mondo in cui si trova a vivere, all'inizio i suoi occhi non vedranno nulla. Ma piuttosto in fretta per la verità, questi occhi nuovi e addomesticati al buio saranno in grado di vedere. In Ferrante, questo guardare implica tutti e cinque i sensi umani, che sono i tentacoli attraverso i quali l'uomo si adatta all'ambiente circostante. Ed è così che la «vita bugiarda» viene sbugiardata «con le loro frasi ipercorrette, con quei loro toni contenuti, come se davvero ogni parola ne celasse altre più vere da cui mi escludevano». Il passo successivo, come ciascun genitore sa, è quello dell'imitazione. E Giovanna nel finale, sorprendente solo per chi non ha già conosciuto la spietatezza quella sì geniale della scrittrice napoletana, quell'arte così tipica degli adulti l'avrà ormai fatta propria.

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