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Prime Note: Baustelle "I mistici dell'occidente!"

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Musica e dintorni - Prime note

( 3 Votes )

A cura di Angelo Ozzella:

Ed eccola in posa per la foto di copertina, la bandcomune dei Baustelle, in quello che sembra un ironico e poco rassicurante mash up tra Sgt. Pepper’s e Bastardi senza gloria. Mistici? Anacoreti? Chissà. Di sicuro allegramente eretici, ché oggi come allora a coltivare pensieri e aspirazioni critiche nei confronti della società in cui si vive si fa presto a passare per matti, anzi, per blasfemi. E forse anche un poco mistici, se è vero che questo disco nasce dalla voglia di seguire un’aspirazione a cercare qualcosa che è sempre più nascosta nel frastuono, anche visivo, del presente.Scritto in pochi mesi in una casa sul promontorio maremmano, I MISTICI DELL’OCCIDENTE è il quinto album dei BAUSTELLE ed il primo in cui Francesco Bianconi si faccia carico della produzione, al fianco del celebrato tecnico del suono irlandese Pat McCarthy (R.E.M., U2), figurando come il vero regista dell’intero lavoro. Suoi sono buona parte degli arrangiamenti che “vestono” le canzoni, sue le visioni sonore che ne differenziano le ambientazioni, sue le voci che spesso - e in nome di un’emozione condivisa - Pat McCarthy ha salvato dai provini casalinghi e trasferito su disco, preferendole a quelle impeccabili, ma più distanti, registrate in studio.Il risultato è, forse, il più “umano” dal punto di vista del suono, e il più coraggioso per struttura e “respiro” interiore. Un album decisamente chitarristico, dal suono meno omogeneo, compresso e potente di quello messo in mostra sui precedenti lavori. I MISTICI DELL’OCCIDENTE dà spazio ad una naturalità diversa, in cui tutti gli strumenti mantengono sempre la propria individualità, la loro ragion d’essere nelle entrate e nelle uscite di scena, regalando all’ascolto la sensazione di avere a che fare con un intero caleidoscopio sonoro, sempre in mutamento, diretto da una sapiente regia.Del tema portante dell’album abbiamo già detto: I MISTICI DELL’OCCIDENTE ha a che fare con la voglia di contrapporsi in qualche modo alla “vanità” che ci circonda, e all’assenza di pensiero che tutto permette e tutto assimila. Per recuperare, attraverso la ricerca di qualcosa di più alto, un rapporto interiore che proprio al sé, all’individuo, alla persona, porti nuovamente valore. Non è questo, però, un disco “spirituale”, di fuga, tutt’altro: i riferimenti politici, culturali, sociali abbondano, regalando concretezza “terrena” ad un album che potrebbe sembrare da essa apparentemente lontano. Del resto «per trascendere il mondo bisogna che il mondo ci sia», dice ancora Elémire Zolla, e allora basta ascoltare le prime canzoni del disco, come l’introduttiva “L’indaco” – addirittura speranzosa nel marcare il tono del disco – o “San Francesco” e la stessa title-track per avere un’idea di come anche l’album sia profondamente radicato nel “qui e ora”, così come accade con “Gli spietati” e “La canzone della rivoluzione”.Non mancano però pagine più autobiografiche, nello stile che fu caro a un altro grande toscano, Luciano Bianciardi, in cui la cronaca (spesso locale) diventa letteratura e analisi di costume: “Le rane”, “Follonica”, “La bambolina” sono racconti che mescolano immagini letterarie, sequenze cinematografiche, fotoromanzo e manga giapponese. La forza de I MISTICI DELL’OCCIDENTE è, del resto, proprio questa, quella di continuare, canzone per canzone, scena per scena, a cambiare regole, punti di riferimento, stili, senza mai tornare indietro. Così un finto divertissment come “L’estate enigmistica” colpisce davvero il segno, e lo stesso succede con l’autoritratto dolente de “Il sottoscritto”, e con “Groupies”, in cui Bianconi esprime una cifra artistica ancora diversa e ironicamente autoindulgente.  Costruito a suo modo proprio come un percorso d’ascolto, che svela piacevolezze continue ad ogni passaggio di livello fino a sfociare in un brano splendidamente risolutivo come “L’ultima notte felice del mondo”, I MISTICI DELL’OCCIDENTE svela in un colpo solo tutte le unicità e i pregi dei Baustelle. Fotografandoli come una band – una setta di iniziati? (o di finiti?) – che, per visione artistica e qualità di scrittura, oggi non ci si può più permettere di ignorare.



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